Risalente al Duecento, ha assistito alle battaglie tra Guelfi e Ghibellini, così come la cugina della sorella del figlio del genero del nipote del fratello del trisnonno della mia pentanonna Rosita, o meglio Rozita, perché aveva un simpatico difetto di pronuncia, che è vissuta, qui, al tempo di Pietro Sermolli.

Rosita, dovete sapere, aveva un cruccio: sua sorella Rina, una rondine con una macchietta rossa sul petto bianco che si perdeva, per distrazione, ogni cinque minuti. Il suo nome non lo ricordava più nessuno, anche la loro mamma era disperata, tutti la chiamavano Rina perché ogni giorno ce n’aveva una: tutti i lunedì faceva la cante-Rina al Bozzo dei Vecchi, giù al torrente, insieme alle contadine che lavavano i panni e accompagnavano i movimenti al ritmo di nenie e cantilene, tutti i martedì faceva la chiacchie-Rina al mercato del bestiame, ogni mercoledì, faceva la lette-Rina, aiutando il conte Sermolli a rispondere alla corrispondenza, tutti i giovedì la balle-Rina in compagnia dei topi che sorvegliavano le ruote delle macine dei mulini disseminati lungo lo

Standipesce, tutti i venerdì faceva la stade-Rina e aiutava i contadini a pesare i prodotti con la stadera (o bilancia), tutti i sabati la fatto-Rina, andando a consegnare le missive urgenti e tutte le domeniche faceva la suo-Rina servendo alla Messa su alla Chiesa. Questa veneranda torre salutava il signor Pietro ogni volta che usciva per una commissione e soprattutto quando, prima di assentarsi per qualche giorno, per andare a Volterra dove aveva ancora amici e affari, attraversava tutti i suoi poderi, per apprezzare le coltivazioni e salutare, anche solo con un cenno del capo, i mezzadri e i contadini. Sapete, quei gesti eran cortesie che facevano piacere e così lavoravano più volentieri e si lamentavano di meno!

(tratto da Incontri magici, Porto Seguro Editore)

(testo di Irene Giacomelli)

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