Barile da olio, aratro di legno, giogo per coppia di buoi, falce e falcetto, forche per fieno e paglia, testi per necci, pettine per pulire il tiglio della canapa, mestola per farina e granaglie, maciulla per la canapa… e così via.

Pier Francesco Sannini, a metà del 1700, che ha acquistato il molino e tutta la terra da Francesco Maria Dei per ben 500 scudi, ha passato in rassegna così tante volte tutto le varie suppellettili comprate, che le rondini, le rane e i pipistrelli della zona le sapevano a memoria e, nelle sere estive, a caccia di zanzare, le ripetevano a mo’ di filastrocca, mangiucchiando gustosi sgranocchini.

Pier Francesco era una persona precisa, ordinata e meticolosa: era il proprietario del molino, ma non lo gestiva direttamente lui, come accadeva, del resto, per tutti i molini e i frantoi lungo il torrente Cessana.

Qui si macinava la “robba”, cioè cereali di vario tipo e poi anche le olive perché svolgeva pure la funzione di frantoio. Attorno era uno splendore rigoglioso: dietro il molino c’era il bottaccio, dove confluivano le acque di scolo del molino, ed era circondato da campi lavorati, uliveti e bosco; dalla parte del torrente, invece, c’erano i filari delle viti, i boschi di querce e i gelseti che emanavano un inebriante e dolcissimo profumo nell’aria.

Ogni elemento naturale contribuiva al benessere e all’equilibrio di questo luogo. Era superstizione diffusa tra i contadini il timore di incorrere in una disgrazia, nel caso si fossero dimenticato di seminare un solco: dovevano stare molto attenti, ma ai contadini del Sannini non succedeva!

Oggi, se vi capita di tendere l’orecchio verso il mulino, udirete i suoni soavi dei gong e delle campane tibetane, ma assaporerete anche i profumi avvolgenti degli incensi di Elena che, nella sua Officina del Molino, ha riportato allo splendore originario l’edificio adibito, al pian terreno alle attività lavorative, e, al primo piano, alla dimora del mugnaio.

(testo di Irene Giacomelli)

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